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Come un coro greco che attende silenzioso il compiersi dell'ineluttabile destino, i commensali di Federico Vergani non osavano muoversi.
Laura Invernizzi e Antonio Parolini, seduti ai lati opposti del tavolo di cristallo, si fronteggiavano. La donna aveva il viso in fiamme, il commissario era pallidissimo. Tutti e due tenevano una penna in mano perché avevano appena finito di scrivere: lui su un foglietto stropicciato trovato nel fondo della tasca destra della giacca insieme alle sigarette sbriciolate che compriva ostinatamente e non fumava mai, lei sopra il suo tovagliolo di fiandra. Anzi, la professoressa Invernizzi, per essere precisi, aveva disegnato su entrambi i lati del tovagliolo, perché il disegno richiede spazio.
"Perché sei prolissa e complicata anche quando disegni", pensava il commissario. "Mentre tu" elucubrava nei medesimi istanti la Invernizzi, "devi mettere le cose in fila ordinata, perché funzioni in modo lineare, prevedibile."
Ma ciò che è accaduto nella casa di Francesco Vergani, qualche momento prima della conclusione del pasto, non era prevedibile. Anzi, era inimmaginabile.La cena era ottima: leggera, equilibrata. La conversazione, come di consueto, brillante ma non impegnativa, frutto dell'abile miscuglio di una compagnia eterogenea e vivace, legata dalla comune passione per gli oggetti "d'uso comune" in ceramica della Magna Grecia. Tutti gl ospiti erano collezionisti, ma Francesco possedeva la collezione più importante, esposta in spazi ben studiati anche in sala da pranzo: soprattutto in sala da pranzo perché guardando i crateri, le coppe, i piatti e le altra suppellettili i suoi amici avessero l'impressione di pranzare con i colti coloni greci. Ma ora, tra le vetrine luminose, regnava un silenzio nero.
Il cadavere di Giuseppe Di Francesco, con la testa appena reclinata, sembrava invece emanare un'aurea azzurra:gli occhi dell'amabile uomo che era stato fino a poco tempo prima, fissavano la coppa vuota del dessert, le mani appoggiate sulla tovaglia, le dita distese, rilassate. La padrona di casa, seduta accanto a Giuseppe, ne percepiva l'odore, il calore. "Ancora quello di una persona viva", pensava, e non aveva nessuna paura, ma guardava l'amico con tenerezza.
Eppure Lucia Mutti, medico di pronto soccorso e amica più intima della padrona di casa, aveva proclamato la morte di Giuseppe azzardando anche la causa ma non la ragione. A Giuseppe si era fermato improvvisamente il cuore, capita! La morte non era stata dolorosa - ma chi può dirlo con certezza? - né traumatica, secondo la dottoressa Mutti. I motivi potevano essere molti ma senz'altro il medico legale, "che bisogna chiamare subito, accidenti!" pensava Lucia mentre diceva cose che volevano sembrare rassicuranti, avrebbe indivituato quello più probabile.
Però il cuore di Giuseppe non si era fermato per cause naturali: questa la sensazione immediata ed ostinata di Laura Invernizzi. Lo disse agli altri, immediatamente. Disse che ne era sicura. Così il padrone di casa che l'aveva guardato inferocito e i due si erano detti delle cose a mezza bocca che nessuno aveva sentito, ma sicuramente non erano state cose carine, e poi avevano alzato progressivamente i toni finchè Francesco aveva sibilato:"Tu mi offendi! E offendi anche i miei ospiti!"
"E perché?" aveva ribattuto lei serafica. "Ti dico anche di più:tra noi c'è un assassino".
Francesco si era alzato di scatto senza parole, ma la moglie lo aveva preso per una manica della giacca costringendolo a rimettersi seduto. Anzi, aveva proprio detto:"Seduto!".
"Come si ordina ad un cane", avevano pensato più o meno tutti. Ma il coro greco, si sa, sta per la maggior parte del proprio tempo muto. E tutti recitavano bene questa parte.
"Un ruolo comodo, sotto un certo aspetto", rifletteva Denise, l'ospite più giovane, oppressa da una sensazione indicibile. Le sembrava di essere dentro un dipinto di Magritte, di fluttuare in uno stato metafisico. Senz'altro una reazione alla paura.
Denise aveva allora deciso di osservare questo evento e i suoi sviluppi come una rappresentazione. Anzi, come l'unica spettatrice di una tragedia. Si era finalmente rilassata grazie a questo filtro, e si era anche congratulata con sé stessa per aver trovato un'ancora di salvezza per non urlare, per non scappare:"Sono a teatro. Sulla mia poltroncina. Sto a vedere che succede. Aspetto tranquilla il finale", si ripeteva.
"Come lo sai?" con questa domanda il commissario aveva parlato per la prima volta.
"Perché lui ha detto una cosa che ho sentito molto bene."
"La puoi dire a tutti noi? Ci puoi rendere partecipe o preferisci..."
"Nessun problema" aveva troncato Laura e, come la protagonista assoluta della tragedia in corso, aveva declamato:"Ha detto:terra presente".
E tutti erano ammutoliti. E gli occhi di tutti si erano rivolti verso Parolini. Occhi curiosi? Occhi spaventati?Occhi in attesa di una rivelzione? Della premessa di un enigma? No. Il coro greco aspettava la domanda che il commissario avrebbe dovuto fare ma che avrebbe potuto scatenare il vero dramma:"Sei sicura?".
Nessuno la udì, rimase lì, nello spazio mentale di tutti. E per fortuna.
Il commissario, invece, impalllidendo di rabbia mentre pensava: "Quanto la odio!", a Laura disse:"Senz'altro è così. Ma ora bisogna capire a che cosa si riferiva Giuseppe". E poi bevve un sorso d'acqua, perché parlare civilmente con quella donna gli era costato uno sforzo tremendo.
E Laura:"Bene, allora mettiamoci al lavoro".
Così il commissario aveva incominciato a scrivere e Laura a disegnare.